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        Laura Turco Liveri

 

Carmine Di Ruggiero. Il corpo della luce.

 

«... sono stato insieme con altri, ma rimango in qualche modo solo, ad

interrogarmi, ad interrogare. La mia avventura attraverso il colore conduce a

una interrogazione infinita dove le cose, le immagini, la materia, le forme

diventano il tramite di conoscenza del reale». Le parole che Carmine Di

Ruggiero scrive per la recente mostra napoletana Gener-azioni (Casina

Pompeiana, Villa Comunale, Napoli, luglio-agosto 1999) illuminano l'intero

cammino dell'artista partenopeo, volto ad un'incessante e caparbia ricerca

di elaborazione del reale e della sua suggestione emotiva, con particolare

riferimento a quella cognizione del dato che lungi dal concretizzarsi come

mero approccio fenomenico ne suggerisce e ne traspone, sul piano

puramente espressivo e 'assoluto', le valenze emotive ed inferiori. Un

prodotto finale 'altro', disgiunto dall'immanenza della sensazione, che ne

ricrea tuttavia i presupposti più profondi, regolato da leggi autonome che

fanno della ricerca di Di Ruggiero un'esplorazione delle forze interne della

figurazione. L'autore ha impostato da sempre il suo lavoro sulla

convergenza delle istanze emotive e formali in un'opera compiuta. Partito

dall'impostazione di Emilio Notte e da una formazione sostanzialmente

postcubista, che vedeva in Cézanne, Braque, e Picasso i suoi maggiori

referenti, Di Ruggiero incanala l'urgenza espressiva, di costante intensità

nel tempo, in uno studio analitico della luce che lo porta a vivere la fase

informale degli anni Cinquanta in senso naturalistico lo stesso senso che lo

porterà nell'ultimo periodo quei 'muri di luce' che riassumono in sé la forma

di una nuova realtà fatta di ricordi, memorie sedimentate negli anditi più

riposti dell'inconscio, di labili coordinate geometriche dissolventisi nei grumi

di materia porosa del presente, che ingabbia la luce plasmandola e

diffondendola quasi come fosse scultura viva. I muri di Napoli, scrostati e

inariditi dal tempo e dalle intemperie sono stati certamente un punto di

partenza e di arrivo, tattile e formale, per fissare il valore coscienzale, prima

ancora che visivo, dell'esperienza del vissuto.

L’inconscio legato all'emotività più profonda ha costituito per il Nostro una

guida nella prosecuzione degli immani tentativi di coincidentia oppositorum

di geometria e di espressione. E le ultime opere, nate sul finire degli anni

Ottanta e degli anni Novanta, sottendono tutto il percorso precedente, che

dopo la parentesi informale prosegue con la manipolazione dei materiali del

'68/72 (legni sovrapposti ed intersezionati o installazioni urbane), studiata e

concepita per una immediata percezione dell'idea di spazio. Il ritmo della

figurazione si rallenta e si raffredda poi con il lirismo cromatico delle

indicazioni vettoriali di profondità della fase del movimento Geometria e

Ricerca (1975-1980) Lo stralcio di una lettera del 1975, elaborata all'inizio

del confronto teorico tra i sette artisti del gruppo e inviata senza esito alla

rivista «Arte e Società» di Roma, mostra l'assunto principale della comune

esperienza - caratterizzata peraltro da una autonomia stilistica e

programmatica - che informa tutta l'impostazione artistica di Di Ruggiero:

«...il comune riferimento alla geometria non è sola e semplice applicazione

di una logica della deduzione ma la considera anche proiezione e

strumento 'storico' di riconoscimento e riorganizzazione del percepito; ciò in

quanto la geometria, non idealisticamente, è uno strumento umano, una

metrica di identificazione e di analisi, rinvenimento e attribuzione di

significato, infine di ricostruzione articolata dei prelievi della realtà

osservata. E questa è tanto quella della memoria o della storia specifica

della disciplina arte, tanto della ragione, del conscio, che delle pulsioni

inconsce». La cromia delle forme triangolari di questo periodo, infatti, non è

declinazione fine a se stessa di moduli ripetuti, bensì espressione poetica

del legame indissolubile tra spazialità e variazione timbrica della luce.

Ancora un ulteriore approfondimento, quindi in materia squisitamente

artistica, in perfetta sintonia con il mutamento di indirizzo del dibattito

culturale degli anni Settanta, quando l'attenzione si fecalizzava sul

confronto riguardo al linguaggio come espressione di cultura ormai

emarginata dalla società, contrariamente a quanto accadeva al MAC del

dopoguerra, quando invece l'aspirazione più urgente consisteva

nell'impegno morale di partecipazione alla realtà. Un impegno realizzato

attraverso il 'formare' piuttosto che il 'rappresentare'. La risposta di Di

Ruggiero agli stimoli esterni è sempre stata quella, pronta e meditata nelle

più profonde implicazioni teoriche e tecniche, di un protagonista sensibile e

riservato. Non ha mai smentito, peraltro, l'impostazione specialistica e

sempre squisitamente pittorica del suo fare, anche quando, nei primi anni

Ottanta, ritorna agli inserimenti materici sulla superficie, sempre

elegantemente calibrati in una nuova, evocativa materializzazione della

luce. La completa ricreazione dell'oggetto ha completato poi la parabola

che arriva fino ai giorni nostri, illustrata dalle ultime esposizioni tra le quali,

oltre alla già citata Gener-azioni, anticipata dalla mostra a Villa Campolieto

di Ercolano, ricordiamo Transit - Maestri e giovani artisti in dibattito, a cura

di Gabriele Simongini e di chi scrive, dove, nella sezione La Geometria

Superata il fremito della luce della materialità depurata degli ultimi lavori

dell'artista napoletano si incontra, a stimolante confronto, con la vibrazione

cromatica delle geometrie impossibili del giovane Lucio Afeltra.

 

Laura Turco Liveri

"Archivio"

Mantova, ottobre 1999

 

 

                                                                                           

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