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       Angelo Trimarco

 

Carmine Di Ruggiero

 

Dalla nostra distanza  sul finire del secolo  è possibile, spero, ragionare di "Geometria e Ricerca" con animo

rasserenato. Del resto, dei Magnifici Sette Guido Talafiore, Giuseppe Testa e Riccardo Riccini ci hanno

lasciato per sempre, mentre altri artisti continuano a sperimentare, appartati dal rumore del mondo, i loro

rapporti con l'arte, pittura o scultura che sia. Fra di loro c'è, però. Renato Barisani, il Grande Vecchio, che, mai

domo, lavora ancora con il fervore e l'inventiva degli anni passati.

Una condizione di pace per tutti (per quanto possibile, si capisce): per gli artisti e per i critici. Per dire (o

tornare a dire) cosa? Anzitutto, che Geometria e Ricerca, al di là di ogni celebrazione, non è l'estremo filo

di voce di una tradizione ormai stanca. Ma, nella linea della migliore cultura artistica napoletana, e

un'esperienza dignitosa al passo con la storia. Con quella trama fittissima (e diversamente orientata) che, in

Europa e negli States negli anni Settanta, ha attraversato la via lunga del teorico e della riflessione, dell'analisi

degli strumenti della pratica pittorica.

Di questa via, alla metà (e poco oltre) del decennio, Geometria e Ricerca  il lavoro, dunque, di Barisani , De

Tora, Di Ruggiero, Piccini, Tatafiore, Testa, Trapani, per metterli in fila tutti  e un momento credibile, come ha

notato Menna, anche se meno risplendente di altri.

Dell'arte concettuale e di Art & Language, di Supports/Surfaces e della stessa Pittura italiana, dell'Iperrealismo

o della Narrative Art. Tuttavia, uno spazio in cui lavora sulla costruzione dell'opera e sul suo funzionamento,

sui rapporti che ne fanno una struttura. Anche se questa parola viene usata con caulela. Il filo che lega

Geometria e Ricerca al Mac alla ricerca di Barisani, De Fusco, Tatafiore e Venditti , ai primi anni Cinquanta, e

proprio l'idea che l'esperienza artistica e un fare e il fare è un formare. Un formare, si legge in quell'intensa

dichiarazione di poetica del '54 Perchè arte concreta, che è "impegno morale", "coscienza d'essere nella

realtà", "agire": "I nostri pannelli e strutture sono delle forme nelle loro reali dimensioni, nel loro colore,

realizzate nella loro materia". Dunque, e ancora il formare, l'eredità del Mac, a divenire, dopo le avventure

dell'Informale nel teatro perturbante della vita e i movimenti più recenti dell'arte di comportamento lungo e

dentro i bordi del corpo e delle sue estenuazioni, il taglio per tornare a pensare l'arte come ricerca.

A difendere la bandiera del MAC ci sono nuovamente, arricchiti da tante altre esperienze, Barisani e Tatafiore,

che ha preferito ad un certo punto dedicarsi alla costruzione di barche piuttosto che al lavoro dell'arte. Fra

di loro e i più giovani (De Tora, Riccini, Testa, Trapani) fa da ponte Carmine di Ruggiero che, nel '73, con la

personale al Centro Arte Europa, svolge un discorso che conduce direttamente a Geometria e Ricerca.

Per quella mostra ho scritto (e mi scuso per il ricordo) che i suoi lavori "costituiscono una sequenza articolala

e strettamente in relazione, un continuum spaziale, all'interno del quale ciascuna operazione avvia uno scarto

minimo (ma tuttavia decisivo)". E ho aggiunto  circostanza che mi pare ancora condivisibile  che i "triangoli di

Di Ruggiero non rinviano a una memoria teosofica o mistica, a un ordine di verità rarefatte e inafferrabili". Così

come il "colore, luminoso, non rimanda alla biograna dell'artista, alle sue mosse interiori, ma vale per la sua

presenza, la sua fisicità, la sua struttura".

Questo passo su Di Ruggiero collega il "formare" del MAC alla costruzione dell'opera per via della geometria;

una geometria, comunque, temperata nella sua assolutezza dall'esercizio del fare e dall'esperienza,

svincolata da qualsiasi tensione utopica. La geometria è, così, soltanto il luogo della costruzione dell'opera, la

trama di elementi primari con i quali articolare la superficie, l'insieme di modalità per regolare il ritmo

dei colori, il gioco infinito del punto e della linea.

Intorno a queste figure- il formare e la geometria- si gioca l'intero destino di questo gruppo che, ricollegandosi

al MAC, aspira però ad incontrare altre situazioni, in Italia e in Europa, orientate a pensare l'arte come analisi e

tessitura semiotica. Non è proprio un caso, credo, se Riccini, che è anche stato un bravo critico, abbia

dedicato insieme a Mariantonietta Picone una lunga riflessione su Il ritorno della pittura. Su uno di quei confini

che hanno segnato la "linea analitica dell'arte moderna".

Ma la riflessione di Geometria e Ricerca sull'arte come esperienza del formare e lavoro sulla geometria è stata 

pur nella sua esemplarità una vicenda destinala a consumarsi fra le opposte radicalità dell'arte di

comportamento e delle ricerche analitiche.

Adesso, negli anni Settanta, la questione ruota intorno alle esigenze opposte (ma radicali) dell'opera che

sconfina, disseminandosi, nello spazio del vivere o si concentra sulla convenzionalità del proprio linguaggio.

Fra queste radicalità c'è, così, poco spazio per soluzioni temperate: per il formare e il costruire more

geometrico.

Di questo schiacciamento (e mi rendo conto che è una brutta parola) sono testimonianza i luoghi stessi dove

sono avvenute le mostre del Gruppo: lo Studio Ganzerli nel '76 e l'anno successivo l'AmericanStudies Center,

a Napoli, e, poi, Il Salotto, a Como, la Galleria 2B a Bergamo.

Perché questo sia accaduto non può essere imputato soltanto al Mercato che è sempre neocapitalista, al

destino che è crudele, alla critica che, accecata dai bagliori newyorkesi, scambia lucciole per lanterne.

Con chiarezza bisognerà riconoscere che il gruppo Geometria e Ricerca ha recato allo svolgimento dell'arte

segnatamente dell'arte a Napoli un contributo onesto e serio. Sottolineando che la pittura è conoscenza:

un formare e un costruire attraverso le forme primarie della geometria, un lavoro in bilico fra esercizio sapiente

delle mani e tensione analitica. Solo che questo progetto, per quanto rigoroso, resta ancora legato a modelli

che non riescono a dare conto pienamente della complessità delle domande che l'arte pone in quegli anni.

Anzitutto, della domanda sulla convenzionalità del suo sistema semiotico. Così, la stessa proposta di

Menna, distante dalle letture di Crispolti e di Finizio, di interpretare più esattamente Geometria e Ricerca come

"una indagine analitica interessata soprattutto a una riflessione sull'arte e sul linguaggio dell'arte" indica,

piuttosto, un'esigenza e un rovello che un esito compiuto.

Soltanto Renato De Fusco, della radice antica del Mac, si è spinto oltre il formare, verso l'analisi strutturale e

la semiotica. Ma (questo spostamento lo ha compiuto - lo sappiamo   non come artista (giacché presto ha

smesso questo lavoro), ma come critico e storico della pittura e dell'architettura.

 

Angelo Trimarco

 

 

 

                                                                                           

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