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          Gabriele Simongini                                                      

 

 

VIAGGIO A SPOLETO

 

C'è una coinvolgente libertà, innervata da un respiro così arioso, in queste opere su carta

realizzate nel 1981 da Carmine Di Ruggiero e ispirate ad un viaggio a Spoleto, tanto da creare

una sorta di imbarazzo a colui che si accinge a scrivere qualche nota dedicata a questi

"racconti interiori". Si, perché il linguaggio "critico - criptico" risulterebbe fatalmente inadeguato e

aridamente limitato al cospetto dei percorsi colmi di memoria lirica tracciati dalla sapiente mano

dell'artista, un po' come appare rigida la via seguita da un aereo a paragone dell'agile e naturale

planare di uno stormo di uccelli. È meglio allora ricorrere ad alcune impressioni sparse, a volo

radente, suscitate da questi appunti di viaggio che rivelano subito una profonda carica intima, poi

ulteriormente messa a fuoco da Di Ruggiero con il ciclo delle tecniche miste del 1983 radunate

sotto il titolo dei "dialoghi col poeta".

Prendono così corpo apparizioni visionarie nate da intense esperienze simboliche del vissuto

liberate in funzione catartica, tramite il connubio di illimitate espansioni segniche, di una scrittura

che è prima di tutto immagine, di macchie rilevatrici, di interventi a collage e via discorrendo.

Ne emerge la sempre fervida dialettica tra una volontà strutturale fondata sugli "spettri della

geometria" e un impulso altrettanto forte alla negazione di qualunque condizionamento modulare

aprioristicamente dato. Anche da ciò deriva quella perenne mobilità, pacatamente inquieta e

ansiosa, che percorre, come un fiume carsico di volta in volta nascosto o imperiosamente

affiorante, tutta la lunga e vitale attività creativa di Carmine Di Ruggiero.

Ecco allora che questo ciclo di opere su carta viene a configurarsi come un evocativo diario intimo

in cui il caos esistenziale freme a contatto con una irrevocabile necessità ordinatrice e simile

più ad un sensibile sismografo dei moti interiori che non una griglia cristallizzata una volta per tutte.

Il segno trepidante della matita accenna possibili percorsi dell'immaginario ma non li conclude

compiendoli irrevocabilmente perché Di Ruggiero rifiuta sempre qualsiasi levigata finitezza, per

restituire il profumo fragrante del continuum che unisce l'anima mundi all'individuale spirito

demiurgico.

Tra l'altro Di Ruggiero sembra anche recuperare con raffinata intelligenza l'idea più spirituale e

misteriosa del viaggio, non già concepito come misero spostamento geografico connesso alla

volontà consumistica del turismo di massa, ma come profonda discesa lungo i sentieri della storia

(si pensi, appunto, a Spoleto), come continua e fragile scoperta destinata a provocare una

meraviglia e un arricchimento interiore. Così Carmine Di Ruggiero potrebbe ben condivide-

re quanto scrisse nel suo taccuino Goethe durante il suo pellegrinaggio culturale in Italia:

"Was Ich nicht gezeichenet habe, habe Ich nicht gesehen. (Quello che non ho disegnato io non

l'ho visto)".

Oltre che un processo della visione quello dell'artista napoletano è dunque un lirico strumento di

appropriazione creativa della realtà sensibile, inferiore ed esteriore.

Con tali finissimi strumenti di conoscenza empirica Di Ruggiero si inserisce pienamente in quella

linea dell'arte che propone una concezione del mondo inverata nel linguaggio della forma, opposta

alla banale e vuota ripetizione spettacolare di espedienti illusori che sembra dominare l'attuale

panorama creativo. Il "Viaggio a Spoleto" di Carmine, con i suoi piccoli frutti dal delizioso sapore,

ci induce a riflettere seriamente sulla necessità di frenare la folle corsa verso il "nuovo" ad ogni

costo che sta inaridendo il terreno dell'arte contemporanea.

 

Gabriele Simongini

Roma, novembre 1998

 

presentazione mostra personale

CIAC - Centro Culturale, Caserta

 

 

 

                                                                                           

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