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        Maria Roccasalva

 

 Personale di Di Ruggiero a Cavallerizza a Chiaja

Si tiene in questi giorni a Napoli, in via Cavallerizza a Ghiaia, 46, all'intemo di un palazzo

d'altri tempi, una magnifica mostra di un pittore d'altri tempi, ma ancora vivo e vegeto e ancora in

grado di ridonarci emozioni dimenticate. È Carmine Di Ruggiero.

Di Ruggiero? Chi è costui? Ai giovani non dice niente; non insegna più all'Accademia di

Napoli, non fa scandali ne clamore. E allora perché la città de L'Aquila gli conferisce la medaglia

d'oro alla carriera, se lui non vi è nemmeno passato? Misteri italiani. A Napoli, invece. Di Ruggiero

ci è nato e per cinquant'anni ha operato più che egregiamente, ma la sua mostra, come c'era da

aspettarsi, non essendo un "evento", è passata sotto silenzio. Ignorata dai media, anche il pubblico,

non essendo informato, di conseguenza l'ha disertata: quello stesso pubblico che in altre occasioni

accorre in massa, perché morirebbe di vergogna se non fosse presente mentre tutti ci vanno. E

pensare che da quarant'anni la parola conformismo sembrava abrogata dal lessico quotidiano!

Siamo dunque ritornati tutti talmente-conformisti e passivi dà accettare senza il minimo moto

di rivolta la merce che ci viene pervicacemente imposta da un potere inscalfibile al quale non

importa se essa ci disgusta o ci avvelena? Siamo diventati tutti degli ignavi incapaci di esercitare

uno dei nostri più sacrosanti diritti: quello di scegliere? È vero che nel bailamme generale in cui si

trascina moribonda l'arte, nessuno è più in grado di secemere il "grano dal loglio"; ma se non altro,

l'istinto dovrebbe pur saperci guidare. O è morto anche l'istinto, in noi? Peggio: è morto il gusto, al

quale fino a ieri, insieme alla libertà inventiva, era direttamente legata l'arte.

Di Ruggiero ha il torto di possedere l'una e l'altro; ma non gli renderei giustizia se dicessi che

queste due qualità non sono determinanti al fine di una considerazione complessiva del suo lavoro,

che è quello di un grande pittore.

Sul finire degli anni Sessanta, cioè agli inizi della sua attività, i critici più importanti d'Italia,

come Gillo Dorfles, Lea Vergine, Filiberto Menna, Enrico Crispolti... gli riconobbero tutti una

straordinaria intelligenza creativa congiunta a un raro rigore espressivo. In uno dei saggi che lo

riguardano, con sorpresa leggiamo: "Di Ruggiero parte da una definizione volutamente astratta e

cioè formale dello spazio, e per realizzare il formulato si serve strategicamente della qualità di

congelamento del colore bianco, il quale, distribuito sui piani formanti la superficie del quadro,

determina un unico tempo di percezione". Questo scriveva, nel 1968, il critico-artista (come amava

definirsi seguendo le orme di Oscar Wilde), Achille Bonito Oliva quando, malgrado il fervore della

contestazione in atto, la qualità della pittura era ancora un punto di riferimento indiscusso.

Da allora, molta strada si è fatta e molte cose sono cambiate. È cambiata soprattutto l'opinione

del critico che scriveva tali cose. E questo è legittimo. Non lo è quando, in base a tale mutamento di

rotta, si tenta di affondare il testimone di ciò che appare un tradimento. Ma il critico è traditore (lo

ha scritto lo stesso Bonito Oliva poco prima di inventare la trans-avanguardia); l'artista non può

esserlo per statuto: è condannato ad essere sempre se stesso, anche quando non lo sa. È in questo il

suo valore e la sua diversità umana.

Di Ruggiero, poiché è un vero artista, è stato sempre coerente. Anche se nel corso degli anni

ha seguito strade apparentemente divergenti, la meta non l'ha mai persa di vista un istante. Un

giovane che abbia avuto modo di vedere la mostra egli che tenne alcuni anni fa al Castel dell'Ovo,

può essere rimasto stupefatto da una pittura che possiede veramente i muscoli, la robustezza,

l'esuberanza di qualcosa che non accetta limiti, e non si accontenta di straripare dallo spazio bianco

del quadro: vuole esplodere e sommergere il mondo. Ebbene, il nostro giovane non può sapere che

questo è esattamente ciò che nel 1970 Di Ruggiero metteva in mostra a "II Centro", la più esclusiva

e prestigiosa galleria d'arte di quei tempi, con un lungo telo bianco fuoriuscente da un cerchio e

dilagante nello spazio come un fiume o come lava. Un paesaggio veramente congelato dal silenzio

del bianco, e percepito in un solo tempo, come scriveva allora Bonito Oliva in un momento di

grazia.

In seguito, sullo spazio bianco e neutrale, sono apparsi forme e colori primari. È il periodo di

Geometria e Ricerca, il gruppo formato negli anni Settanta da Renato Barisani, Guido Tatafìone

Gianni De Tora e Di Ruggiero, appunto. Il triangolo sembra essere divenuto la cifra del pittore: è

grande, il colore vibra e respira, ma rimane contenuto nello spazio della forma. Poi le forme si

moltiplicano, diventano innumerevoli triangoli che si contrappongono come lance di guerrieri. Si

moltiplicano ancora, si penetrano, si feriscono e infine esplodono distruggendo la forma e

lasciandosi cosi percepire in un "unico tempo". Cioè ritornano nell'Informale dei primi anni

Sessanta.

Un informale rigoroso, severo, bilanciato, oserei dire razionale, e ancora una volta congelato

da quel bianco ostinato, può sembrare   una contraddizione in termini, e invece è come

un'esortazione al controllo di sé nella più estrema libertà. Un messaggio etico.

Nella mostra attuale di Di Ruggiero il colore, infatti, è privo di sbrodolature, non trasuda, non

sbava, non cola. Sembra sangue rappreso intomo a una ferita per rimarginarla. È una materia densa,

brillante, lavorata con le mani. Da qui il carattere scultoreo che ogni opera assume. Si direbbe che

siano mani pietose, le sue, come quelle-di Burri quando-cuciva i suoi sacchi. Allora erano le

cicatrici della guerra a dover essere sanate. Ma con quel gesto si apriva una nuova stagione

dell'arte.

Oggi sono altre le ferite da dover guarire, dopo le ubriacature in cui la nostra razionalità si è

smarrita. Alla fine degli  anni Venti, dopo i cicloni corroboranti dell'Espressionismo,  del

Surrealismo, del Futurismo, del Cubismo, si ebbe il coraggio di un ripensamento che fu

maldestramente chiamato "Ritomo all'ordine", anziché più esattamente "Ritomo alla razionalità".

Quella razionalità che aveva improntato di sé il pensiero europeo, cioè la filosofìa classica che

aveva determinato le forme della classicità, come equilibrio, proporzione, euritmia, senso della

misura... In una parola, ordine, appunto. La corrente non dovette essere tanto antiprogressista, se

perfino Picasso, l'artista più rivoluzionario, ne fu influenzato. Per non dire dell'architettura, che

mai, dal Rinascimento in poi, aveva raggiunto vette così eccelse.

Nella mostra di Di Ruggiero, questo desiderio di chiarezza è preponderante, ancorché

combattuto, con quei collages che non sono più i protagonisti di Mimmo Rotella, ma non vogliono

ancora sparire. Ed è questo, oggi, lo spazio in cui la qualità della pittura deve irrompere per

tornare ad essere interprete dei sentimenti umani.

Maria Roccasalva                         

 

 

 

 

                                                                                           

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