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Riccardo Notte

 

DIALETTICA FRA L'ETERNO E IL TEMPO IN DI RUGGIERO

 

Carmine Di Ruggiero, artista colto, silenzioso, riservato, attentissimo agli eventi che

tumultuosamente agitano le acque dell'arte e della cultura, specialmente oltreoceano, rappresenta

nel gruppo la generazione che ha vissuto, spesso drammaticamente, il passaggio dalla modernità

alla postmodernità: due dimensioni che significano innanzi tutto una diversa valutazione del tempo:

non a caso un tema che nella lunga esperienza dell'artista ha sempre più dominato il suo sentire.

Le ultime tele di Di Ruggiero, cosparse di tenuissimi grigi e di ampie aree bianche, sono soffuse,

malgrado l'essenzialità ricercata, di atmosfere pensose e perturbanti. Sono opere che parlano un

linguaggio segreto, ma che suscita immediatamente una serie di riflessioni filosofiche sulla più

problematica e meno definibile fra le percezioni umane.

Non siamo certo in presenza di una serie di rappresentazioni del tempo meccanizzato. Tutt'altro.

Come si sa l'orologio meccanico, fu probabilmente realizzato per la prima volta da Gerberto

d'Aurillac nel 996, a Magdeburgo. Gerberto, più noto come Papa Silvestro II, fu una personalità

controversa e faustiana ante litteram, e come si ricava dallo splendido trattato di Jùnger dedicato

alla storia della misurazione del tempo, egli fu tra l'altro un insigne matematico e il primo fisico

sperimentalista del suo tempo. Anzi, in questo campo Gerberto anticipò di oltre due secoli il

metodo scientifico sperimentale professato da Roberto Grossatesta, da Alberto Magno e da

Bacone.

Certo è che l'orologio meccanico, fornito di un astratto meccanismo interno che impone una

scansione ritmica, totalmente uniforme nonché svincolata dal mondo circostante, suggerisce il

conflitto fra lo slancio ideale e astratto del progresso e l'inquietudine legata a uno strumento capace

di imbrigliare il tempo, di ridurre il tempo in schiavitù, e con esso l'uomo, travolto da quel

gigantesco orologio che sarà un giorno la catena di montaggio che schiaccia Charlot nei panni del

piccolo operaio in Tempi moderni (1936).

Ora, ciò che più di tutto mi colpisce nelle opere recenti di Carmine Di

Ruggiero è l'esplicita raffigurazione del tempo non cronometrabile: un tempo

sprigionato nelle rappresentazioni della clessidra (o dell'orologio a polvere?)

che affiora quasi occasionalmente fra le trame di un tessuto cromatico

consumato e, appunto, quasi sottoposto alla ineluttabile dimensione del decadimento, della

transposizione insita in ogni evento.

Ed è appunto il tempo che si fa opera.

Qui è il caso di aprire una breve parentesi sul significato che Di Ruggiero sembra annettere al

prodotto industriale corroso, in definitiva, non tanto dall'uso quanto dalla sua stessa finitudine.

Così appaiono i tubetti di colore schiacciati e affastellati, quasi relegati in un cassetto della

memoria che migra in un problematico "altrove", e così tra le altre cose, i medesimi colori

sovrapposti, annullati, "astrattizzati" nella loro stessa essenza chimica, fino ad ottenere la

cancellazione virtuale delle loro qualità cromatiche primarie.

Sono altrettanti emblemi del tempo che si fa materia, e della materia che imprime le sue stimmate

nel e attraverso il tempo. Sembra dunque che Di Ruggiero intenda suggerire che la modernità,

con i suoi ritmi e con le sue ferree regole, non può cancellare una percezione del tempo che

si fa più profonda mano a mano che il soggetto si allontana dalla regola cronometrica.

 

Riccardo Notte

 

da "Gener-azioni"

edizioni IGEI, Napoli 1999

 

 

 

                                                                                           

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