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       Lea Vergine

 

Carmine Di Ruggiero in  UNDICI PITTORI NAPOLETANI

 

La carica vitale che è in lui, la sua natura esuberante spiegano l'abbandono al mezzo rapido. Un fare

concitato, un temperamento versato in un segno aggressivo di impostazione naturalistica sì, ma anche di

remota origine barocca. Si tenga presente il quadro del '58, intitolato "L'urlatore".

Di Ruggiero però non è nato alla pittura in questi termini. Diplomatosi presso l'Accademia di Belle Arti di Napoli

nel ' 58, ha esposto fin dal '52, segnalandosi tra i più dotati allievi di Emilio Notte.

I primi lavori - paesaggi, nature morte - impaginati con una fermezza da cui è assente ogni traccia di

indisciplina, ove tutto è al proprio posto e la colorazione castigata viene scandita e sistemata in un traliccio

rigoroso, ce lo mostrano in una luce più ortodossa. Man mano il motivo è frantumato e dissolto in riquadri di

colore, in una serie di tasselli vivi di per se stessi e significanti per la loro energia associativa.

È da questa posizione che il giovane pittore parte per non soffermarsi più sul dato

oggettivo. Così da queste immagini, che sono ancora in qualche modo ricevute e

penetrate, si arriva all'Urlatore", dove Di Ruggiero si lascia trascinare in una

discussione materica fine a se stessa, rispettando la propria spontaneità fino a

rimanerne vittima e dando luogo ad un agglomerato pittorico crudo, emozionale, stravolto, esagitato. Un'entità

sconvolta ai fini di tirarne fuori il senso intimo che l'apparenza cela, per evocare ciò che si indovina dietro la

parvenza.

Documentare il farsi e il disfarsi di un oggetto, la presenza dei più riposti germi vitali nel suo impasto: il

sorgere, il divenire, il decomporsi di un magma rutilante. Egli perviene all'espressione astratta attraverso

una disintegrazione graduale della figura. L'oggetto scompare fino a divenire irriconoscibile, mentre ritmi,

spazi e strutture sono liberamente sovvertiti e ricreati in un irrompere di colori, in una lavica furia di

pennellate convulse e gremite. La tensione troppo esternamente documentata e scoperta dei lavori di questi

anni testimonia soltanto di un travaglio.

L'esempio di Morlotti lo aveva impressionato, ma la sua particolare natura interveniva prepotentemente a

riscattarne le possibilità espressive. [...]

Nel '60 tiene la sua prima personale alla galleria II Cancello di Bologna. "Racconto

marino", sonoro strappo di colori, rappresenta un po' l'esemplificazione di una

maniera nuova, che fa però ancora leva su una attrazione violenta per la materia e la

sua stessa essenza. Maniera cui Di Ruggiero da, dopo tante inchieste ansiose

ed eccitate, finalmente un assetto determinante. Un coagulo estremo e compatto della visione, irritato,

intimamente apprensivo, concretizzato su fondo bianco. Il nucleo rappresentativo nasce quasi sempre al

centro della tela, irradiato sulla campitura lattescente, al pari di una scarica elettrica. Un fascio di colori quasi

come una raggiera.

L'anno dopo, espone dieci quadri al "Traghetto" di Venezia. Oreste Ferrari, che lo presenta, scrive: "Mi pare

che Di Ruggiero abbia sviluppato la capacità di presa di possesso del suo mondo di immagini, attuando una

sempre più stretta individuazione di questo mondo con quello della propria esistenza fino all'indennità assoluta.

Un mondo, certo, che come è aperto a vaste risonanze, è pur intimamente radicato ad effettive peculiarità di

cultura; da esso in particolare traspare la bipolarità compresente nel complesso animus popolare napoletano:

la più gioiosa adesione al "naturale" e la più amara visionarietà, festosità e squallore, sentimento ed abominio,

dolcezza e crudeltà... ". Ci troviamo di fronte ad una personalità distinta e tuttavia in evoluzione, depurata da

riferimenti orecchiati, i cui lavori rivelano una sensibilità ed una capacità di concentrazione interiore che

preludono ad un raggiungimento di forme sempre più genuine. La volontà di penetrare l'energia della sostanza

stessa, la ricerca formale diretta a sezionare la radice più intima di una motivazione, fanno sì che riduca le

suggestioni dell'informale e del neo-naturalismo ad una cadenza sempre più sua.

Nella tela intitolata "Personaggio" del 1961, Di Ruggiero cerca maggiore

consapevolezza e precise motivazioni. La mobilità aggressiva ed illuminata, la vitalità

dinamica nell'esaltare il segno, suggeriscono e condizionano l'immagine. Si avverte,

in questo mettere a fuoco una disposizione emotiva, una ricerca di equilibrio. E il

pittore cerca già di accantonare le sgargianti fastose soluzioni di colore, di smagrire

la grassa polpa cromatica, di ridurre quelle sue predilezioni per un'indagine estremamente strutturalistica, per

rilassarsi e distendersi tra stesure di colore meno irte e aggrovigliate  . ("Immagine", 1962).

 

Lea Vergine

Undici pittori napoletani

L'Arte Tipografica, Napoli, 1963, pp. 127-129

 


 

Chi fa rumore in giardino ?

 

Un pittore che, attraverso triangoli colorati in maniera apparentemente gioconda, descrive una malattia mortale: la vita.

...Superfici bianche, dove geometrie colorate si compongono e si scompongono (dove sei, Baudelaire?) a generare un luogo del plausibile che egli chiama «giardino del silenzio». Del plausibile o dell'ipnotico. Non si tratta di atteggiamento mistico di fronte all'ineffabilità dell'essere supremo, piuttosto di un porsi di fronte ai problemi della vita e della pittura in una dimensione contemplativa per cui Wittengestein avrebbe detto «ciò di cui non si può parlare deve essere taciuto».

Il silenzio di Di Ruggiero è una forma di tacita garbata, sottile protesta. Aveva esordito con un informale naturalistico e, man mano, guadagnò l'astrazione geometrica: da allora si è mosso nell'ambito di un sistema deduttivo, molteplice, addirittura infinitamente variabile. Ha lavorato e lavora sui temi della quantità e della continuità, ancorandosi a quello che il superman dell'uso teoretico della geometria, Platone, affermava essere «ciò che sempre è e non ciò che nasce e perisce» (perché no, una volta tanto voglio opcitteggiare anch'io).

Credo che a furia di tacere. Di Ruggiero sia finalmente morto alla pittura istituzionale e a qualunque compiacenza diaristica; che sia vicinissimo a una raffinata forma di distrazione. Ecco perché queste sue entità astratte ed estratte dalla realtà sensibile, nella quale sono già date, rendono tutt'altro che immobile il silenzio del pittore.

 

Lea Vergine

Dal « Corriere d'Informazione », Milano 8 novembre 1978                                        

       (immagine : Dal giardino del silenzio - 1976 - acrilico su tela - cm  110 x 110)

 


 

 

                                                                                           

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