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        Giorgio Agnisola

 

CARMINE DI RUGGIERO VENT' ANNI DI OPERE

 

Una duplice tensione interna sembra animare le immagini di Carmine Di Ruggiero: nelle lontane soluzioni informali e materiche, degli anni Cinquanta e Sessanta, segnate da forti accensioni cromatiche, ma anche da morbide apprensioni segniche e visive, in quelle dell'intermedio periodo astratto-geometrico degli anni Sessanta, caratterizzato, sotto il profilo formale e compositivo, da un'articolata e pure modulata pronuncia costruttiva: nella successiva rinnovata immersione nella temperie astratta, segnica e pittorica, connotata da

    una sorta di naturalismo intimista, poetico e concettuale: negli esiti più recenti, che riaprono anche in chiave

    neopop, il capitolo della ricerca materica, entro una più vasta ed essenziale sperimentazione visiva.

In realtà si avverte, anche nelle soluzioni più fresche e libere, come nella lunga e felicissima serie di opere su carte, dei primi anni ottanta, titolata "I dialoghi col poeta", una contemporanea presenza di segni vibrati sulla corda di una interna e silenziosa visione (tesi a recuperare metaforicamente spazi addensati e indistricati della sensibilità e dell'emozione) e di indicatori (in genere frecce, archi, tratteggi...) che intervengono come segni di orientamento per chi legge, ma anche per chi dipinge, introducendo nell'immagine spinte e risalti di taglio più simbolico e mentale.

La stessa attenzione puramente visiva all'esito dell'immagine, che pure è determinante nell'economia espressiva dell'opera, si ricollega alla lucidità estetica del maestro più che ad una scelta per così dire tecnologica, alla sua forte sensibilità percettiva, ad una sua capacità interpretativa istintivamente interna e intensa degli stati dell'essere e del sentire.

In effetti, da subito l'arte di Di Ruggiero acquista un connotato che, al di là della soluzione stilistica, appare sempre trascrittivo di sé, narrativo ed autonarrativo: rilievi formali e parvenze segniche e cromatiche, ma anche geometrie ed interventi oggettuali e matrici di variabile natura, compongono sulla tela e sulla carta o nello spazio con un taglio di forte compattezza psicologica ed emotiva. Ne è prova indiretta la stessa libertà del segno, che appare sempre vibrato come se fosse assistito da una sorta di prefigurazione interna, di illuminazione anticipatrice, anche se l'opera nel concreto si compie nel suo farsi, nel suo accadere compiutamente nel momento stesso dell'espressione.       

 

Ciò è ancora vero nelle opere attuali di Di Ruggiero, in cui l'artista compie una sorta di rifiltrazione delle esperienze precedenti, di recupero teso anche ad una semplificazione, ad una essenzializzazione visiva, soprattutto sotto il profilo tonale, ma altresì sotto quello simbolico ed allusivo. La luce, del resto, è sempre stata uno dei medium rivelatori della sua arte. Una luce che emana prima dell'opera stessa e dopo, come risultante di una sintesi visiva che implica una sintesi espressiva. Una luce che oggi esplode, abbacinante, evocando la rarefazione e la purificazione della stessa materia che recupera nel suo impasto laceri di vita, segnali riflessi del profondo, ma anche, provocatoriamente, oggetti d'uso quotidiano (persino gli attrezzi del pittore), in cui sembra compiersi il teso bisogno di una pensosità più vasta, umana e sociale: intensa e discreta, senza clamore, distillata nel silenzio.

 

 

Giorgio Agnisola 

                          

Successo dell'esposizione

al Centro Culturale "II Pilastro"

in "La Fonte", 2000

 

 

 

                                                                                           

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