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                                           rassegna  "Vele d' Artista" - Castel dell' Ovo - Lungomare Caracciolo  2001

 

 

Carmine Di Ruggiero

 

LE NOSTRE VELE    di Vitaliano Corbi

Vele affacciate sul mare, dove altre vele disegnano rapide traiettorie e incrociano partenze e ritorni. Vele battute inutilmente dai venti come bandiere legate al pennone. Segnali di una contraddizione aperta al gioco dei traslati. Metafore che oscillano tra sogni di libertà e radicamento alle origini.

Questa tensione ha trasformato le trentadue Vele d'Artista, ancorate e frementi sul lungomare di Napoli, in una sfilata di desideri impossibili, in una teoria di immagini che mentre sembrano volare felici verso la luce dell'utopia avvertono il soprassalto di improvvise paure.

L'onda dei gialli, dei rossi e dei blu messa in moto da Luciano Scateni accoglie ed amplifica sulla superficie della vela i vividi riflessi del mare. L'impeto e la crudezza timbrica del colore, spinti sul punto di diventare segnali di allarmante violenza, si risolvono alla fine in un'esultanza visiva felice di potersi esibire sul teatro della pittura, dove tutto diventa spettacolo.

Ancora più sorprendente tper la vivacità dell'incastro cromatico cui esso dà vita, è il saltellante alfabeto inventato da Giuseppe Pirozzi. La calibratissima misura formale entro cui si suggellano sempre le opere di questo scultore si direbbe qui esplosa nei frammenti di una vetrata, che improvvisano una danza dal ritmo ascendente e così gioiosamente estroversa da lasciare il sospetto di un filo di ironia.

Su questa stessa linea, ma più incline ad accogliere l'esigenza di una ricomposizione segnica dell'energia cromatica, si colloca il lavoro di Antonio di Girolamo. Il suo triangolo, rigorosamente inscritto nel perimetro bianco della vela, stringe a sua volta, nel proprio spazio, il tracciato fitto ed incurvato dei blu e dei rossi, frenando l'andamento espansivo dei segni nella salda geometria della composizione.

Proprio ad un gioco concentrico di progressive inclusioni geometriche s'ispira la struttura della vela di Carmine Di Ruggiero. L'artista, riprendendo un tema iconografico già affiorato nel corso della sua lunga ricerca, bilanciata tra astrazione e informale, trascrive l'icona familiare del Vesuvius pater nella nitida eleganza di un tracciato periferico, che lascia respirare liberamente lo spazio centrale.

Un grado maggiore di astrazione sembra dominare la vela di Renato Barisani, nella quale l'assolutezza delle campiture cromatiche e la purezza dei profili si direbbero non lasciare adito a suggestioni analogiche. Ma poi alla percezione della scarna essenzialità formale si sostituisce lentamente l'impressione che in quel campo figurale per così dire azzerato si animi un principio di vitalità organica. La struttura rossa e quella nera, prive di qualsiasi connotazione iconica, sembrano entrate sul fondo bianco della tela per una lenta insinuazione e come provenendo da altri spazi.

Il filo che lega, non solo in questa occasione, le opere di molti degli artisti napoletani annoda anche nei modi più vari l'inclinazione verso una purezza della forma con una segreta e profonda disponibilità al fascino del mondo fenomenico. Un intreccio di sensibilità ed intelligenza, questo, sottilmente divagante in aree diverse della ricerca pittorica, come già s'è potuto vedere dall'implicito accenno che fin qui se n'è dato, ma che diventa ancora più evidente in artisti come Gianni De Tora, Mario Lanzione e Guglielmo Longobardo.

De Tora stringe, nella sua vela, l'asse della composizione intorno ad una zona centrale luminosa. La geometria delle forme, che costituisce per l'artista la struttura por tante dello spazio pittorico, accoglie così momenti di intensa reattività cromatica, evocando possibili analogie con la percezione del mondo naturale. E forse da questa derivano certi andamenti obliqui, asimmetrici, quasi -un leggero strabismo della forma sfiorata dal fluire degli avvenimenti.

La vela di Lanzione è diventata il campo su cui converge una molteplicità di piani, lungo i quali risalgono le ombre più fonde o scorrono improvvisi guizzi di luce. La percezione della realtà fugge in prospettive di luoghi lontani ed inesplorati, creando un gioco di echi e di compenetrazioni tra lo spazio interno dell'opera e quello aperto dall'infinità del cielo, in una visione dinamica in cui affiorano elementi di neofuturismo.

Un campo, invece, densamente monocromatico costituisce la struttura portante dell'immagine di Longobardo. Una vela invasa dal rosso, che parte dalla base, dove ancora si legge, simile ad un'impronta leggera su un muro, ripetuta due volte, il nome di Napoli, per divampare poi più in alto, via via che si sale verso il vertice del triangolo. L'intensità del colore diventa il segno principale della vicinanza al mondo fenomenico, da cui proviene anche qualche traccia frammentaria trattenuta lungo il margine dell'ipotenusa.

Arturo Borlenghi ha immaginato una strettissima corrispondenza tra il cielo e la superficie della sua vela. Questa infatti è dipinta d'un azzurro leggero ed arioso che la fa svaporare come nella luce di un mattino afoso. Il segno lunato, che scandisce interamente spazio, non introduce la banalità di un riferimento iconico, ma serve al contrario ad esaltare il valore formale della composizione. Un frammento dilatato di cielo in cui passano sensazioni e pensieri che hanno bisogno del lavoro dell'artista per diventare visibili.

Con Antonio Manfredi la ricerca aniconica si sposta sul versante opposto, dove la forma incontra la nuda essenzialità dell'oggetto. Le sue strutture astratte nel corso degli anni Novanta hanno incominciato sempre più a sporgersi verso lo spazio ambientale, sperimentando i modi di una sua misurata occupazione. In questa, però, l'artista insinua l'idea di una possibilità di conversione dalla dimensione della realtà a quella della sua rappresentazione virtuale, aprendo la strada, attraverso le superfici metalizzate specchianti, all'inserimento della fotografia nella area aperta dell'opera.

Oggi non ha molto senso tentare di definire unitariamente i confini delle diverse e molteplici ricerche figurative. E' solo per comodità espositiva che perciò abbiamo riservato questo tratto della nostra presentazione delle Vele d'Artista a cinque artisti nelle cui opere le icone si mostrano con un grado di maggiore riconoscibilità.

Gerardo Di Fiore fin dagli anni Sessanta nelle sue sculture in gommapiuma va esprimendo un acuto sentimento della corruzione e della morte, che dalla dimensione della vita si flette verso quella dell'arte stessa. Ora egli ha immaginato che una mosca si sia posata sulla sua vela vuota, rivelando in tal modo, di colpo, quanto grande sia il rischio di compromissione che insidia l'arte. L'allarme è reso più acuto dal lungo strappo rosso che attraversa tutta la tela e dalla vanità del tentativo di rattoppo denunciata dalle cuciture irrimediabilmente saltate.

Con un movimento autoriflessivo, che dalla vela considerata nel suo contesto esterno ritorna all'interno dell'immagine, Rosaria Matarese ha intitolato il suo lavoro"Occhio alla vela ... d'artista" e ha dipinto, all'interno della vela, una vela, appunto, ed un occhio. La solida volumetria delle forme si tinge coerentemente dei colori del cielo. La Matarese ottiene così un forte coinvolgimento psicologico e spaziale ed accentua efficacemente l'idea della correlazione inscindibile che unisce l'opera al mondo, lo spazio dell'arte a quello della vita.

Energicamente estroverso, provocatorio quasi nel suo modo di comunicare con i più disparati media, Tony Stefanucci ha usato la vela come un oggetto segnaletico, dipingendo sul bianco del fondo una grande mano rossa. Un saluto o un segnale di alt, un gesto di ilare violenza o - ma solo paradossalmente - di accorata pietà, in quel particolare delle dita mozzate dalla lama dell'ipotenusa. Stefanucci, come è solito fare, dando l'impressione di voler solo giocare, dà un avvertimento o insinua un dubbio.

L'uomo di Gaetano Di Riso reca un mondo sul proprio corpo. Il segno della storia, con la sua carica di civiltà e di ferocia, o di un'utopia felice, di una finale generale conciliazione? In fondo, non è necessario sciogliere la domanda, ma solo avvertirne la presenza. Nella vela circola l'ombra del sogno umanistico, di un'armoniosa e pacificata convivenza terrena, ma direi che nella particolare vaporosità della pittura c'è, appunto, insieme con una seducente leggerezza la coscienza dell'incolmabile lontananza dalla realtà.

La bambina che corre sul margine inferiore del dipinto di Elio Waschimps sembra ignorare l'incendio che fiammeggia al centro della vela, tra lo squillo del giallo su cui si disegna il gioco della "settimana" e quello dell'azzurro del cielo che colora il vertice della composizione. Il visionario, tragico espressionismo che segna da molti anni la pittura di Waschimps trova qui, nell'area aperta del golfo, accenti più distesi, che placano la drammaticità dell'ispirazione nella luminosa intensità del colore.

Fin qui s'è detto delle quindici opere realizzate dagli artisti napoletani che hanno fondato l'associazione Sole Urbano e che hanno per primi aderito al progetto delle Vele. Ma proprio da loro è venuto il suggerimento di una duplice apertura, che caratterizzasse in maniera significativa la manifestazione e indicasse con chiarezza la direzione in cui l'associazione intende muoversi. Si è chiesto, perciò, a Giorgio Segato di invitare nove artisti stranieri e di presentare le loro opere con un suo testo critico (che ora si può leggere nelle pagine di questo catalogo). Nello stesso tempo sono stati selezionati, mediante un bando di concorso, otto giovani artisti e si è dato loro l'incarico di realizzare altrettante vele.

L'area di ricerca in cui si collocano i lavori di questi artisti è particolarmente ampia ed articolata. Si va dall'immagine dipinta da Ciro Vitale, che nella pittura luminosa, dagli impasti tenerissimi reca una filtrata memoria dei linguaggi postinformali, a quella di Federico Del Vecchio, che coniugando procedimenti antichi e strumenti della nuova tecnologia elettronica appare particolarmente attenta ai pericoli di perdita dell'identità derivanti dai processi in corso nell'economia globalizzata e nelle ultime sperimentazioni biotecnologiche.

Dalla vela di Roberto Crea, elegante ed ironica nell'impronta che realizza un traslato concettuale - dalla pianta della città alla pianta del piede - di grande impatto percettivo e lo innalza sul campo visivo della vela come un segnale stradale, si passa a quella di Francesca di Martino, che - come spiega lucidamente la stessa artista - trasforma nel volo di un gabbiano il tracciato topografico della zona della città in cui essa verrà esposta, affidando all'immagine una speranza per il futuro di Napoli.

Non minore è la distanza che corre dall'efficace esercizio di pittura astratto-surreale con cui Emanuele Esposito dà vita ad una scena notturna, quasi l'angolo geometricamente semplificato di una nuda periferia urbana, all'inquietante elaborazione fotografica proiettata da Barbara La Ragione sulla sua vela: un frammento che esaltando le proprie qualità percettive diventa luogo di ambigua condensazione di paure e di desideri attaccati alla radice della vita.

E, infine, un abisso di sensi separa la vela Christian Leperino, carica di un vitale e sofferto erotismo, in cui la pittura ritrova una sua torbida ed intensa forza espressiva che può ricordare le immagini di Bacon, da quella di Ivan Piano, lucidamente costruita nella sua pallida struttura concettuale, resettata di qualsiasi traccia di colore e di corporeità, con un procedimento di smontaggio e di messa in scena dichiaratamente "virtuale", per esorcizzare gli incubi provenienti - scrive l'artista - da un corpo violento e narcisista.

Vitaliano Corbi

 

 


 

 

 

 

 

 

Maria Corbi, Vele d’Artista, Terzo Occhio, giugno 2001.

(....) Da qui, poi il riconoscimento, nelle Vele, di uno spirito di libertà che le sospinge verso percorsi conoscitivi che coniugano, <<in modi assai differenti in ciascun artista, l’itinerario fisico e l’ itinerario psichico, il sogno e la realtà>>. L’orizzonte linguistico verso cui muove l’avventura delle Vele è molto ampio e tale da includere una molteplicità di direzioni. Nella varietà delle inflessioni espressive, che vanno dalla violenza dell’impatto timbrico alla dolcezza delle modulazioni pittoriche, si distingue chiaramente, infatti, l’evidenza araldica delle immagini di Arturo Borlenghi, Roberto Crea, Federico Del Vecchio, Francesca Di Martino, Emanuele Esposito, Guglielmo Longobardo, Antonio Manfredi e Tony Stefanucci, dalla gioiosa vivacità cromatica che anima il lettering di Ahmad Alaa Eddin, Keizo Morischita, Li Xiang Yang e Giuseppe Pirozzi. Così alla scansione delle forme aniconiche, che tuttavia sembrano addolcire, in questo contesto ambientale d’intensa luminosità, il proprio rigore strutturale in una sorta di pacata immersione atmosferica, come si può vedere in Renato Barisani, Gianni De Tora, Antonio di Girolamo, Carmine Di Ruggiero, Mario Lanzione, Luciano Scateni e Irmelin Slotfedt, con esiti che sfiorano quelli più liberamente informali di Ahgmin Muka, Bruno Pedrosa e Ciro Vitale, corrisponde la la riconoscibilità figurale dei lavori di Gerardo Di Fiore, Gaetano Di Riso, Nader Khaleghpour, Barbara La Ragione, Christian Leperino, Ma Lin, Rosaria Matarese, Ivan Piano, Nicolas Steinert ed Elio Washimps, che alternano, con linguaggi e tecniche diverse, momenti di esuberante vitalità ad altri cupamente drammatici.(....)

 


 

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